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 LA STORIA DI ERICE
 

"Dalla vita sciolse la cintura, ricamata e variopinta, dov'erano racchiusi tutti gli incanti; vi erano amore, desiderio, dolci parole e la seduzione che rapisce la mente..."

Omero (Iliade - canto XIV)


 

C
osì Omero dice di Venere e della sua cintura che potrebbe benissimo essere caduta sulla Terra a stringere la vetta di un colle e, qui, aver seminato tutti i suoi incantamenti.
Il colle, a questo punto, non può che essere Monte San Giuliano. Qui, "Venere, dall'alto della sua vetta, l'Erice, lo vide (Plutone, il dio degli Inferi) che ancora vagava, e stretto a sé il suo alato figliolo disse: Armi mie e mani mie, figlio, strumento della mia potenza, prendi quelle frecce con cui vinci tutti, o Cupido, e scagliane una veloce nel petto del dio a cui è toccato in sorte l'ultimo dei tre regni ..." (Ovidio, Metamorfosi, libro V - 360- 368), decretando in un momento la sorte del dio delle tenebre, di Proserpina, della madre Cerere, colei che fece dono del grano agli abitanti dell'isola Trinacria, e di un'altra città, anch'essa a giocar con le nuvole nel cuore più alto dell'isola.
Qui, su questo monte che porta il nome del re che nacque per volere di Afrodite e di Nettuno, tutto si riconcilia e trova fondamento: la bellezza e l'immensità convivono stretti in un unico sguardo, infinito e sublime oggi come nel giorno in cui Venere Allevava quì il suo piccolo Cupido

Erice è davvero una cittadina straordinaria. Non soltanto per i suoi luoghi più famosi (il castello normanno già tempio di Venere, le sue torri, il balio), ma per tutto il suo insieme: vicoli e nebbia, mura antiche e inimmaginabili panorami in cui si perde la linea dell'orizzonte, da quassù curvata a raccontarci di distese infinite di mare e di cielo che spesso si congiungono con uno stesso colore. Laggiù il mare squadrato di sale, e il mulino, gigante dalle tante braccia chiamato a proteggere quest'oro antico che, prima di essere scoperto, era soltanto l'estremo baluardo in difesa di questa rocca, adesso meta dei popoli mediterranei giunti fin qui per adorare la bella dea.


Racconta Tucidide (500 a.C.) che "dopo la caduta di Troia (1183 a. C.) alcuni troiani arrivarono in Sicilia dal mare con le loro navi, e iniziarono ad abitare vicino ai Sicani. Questi li chiamarono Elimi: le loro città furono Segesta ed Erice". E in questa città, secondo Virgilio, Enea seppellì il padre Anchise.
Ma non furono solo Tucidide e Virgilio a cantare la bellezza del posto. Omero, Teocrito, Polibio, Orazio e molti altri non seppero resistere all'incantamento del monte dedicato alla dea dell'amore e della bellezza.
Loro come tutti i popoli che qui si succedettero. Ma sia i Fenici - tra l'VIII e il V secolo a.C. - che i Cartaginesi - nel III secolo a.C. - non vennero meno al culto cui era dedicato il monte. Questi, anzi, ne potenziarono il mito (per loro era Astarte, divinità fenicia dell'amore lussurioso) e ne fortificarono il luogo, costruendo una cinta muraria ad ovest ancora oggi a tratti esistente.
Poi ci furono i Siracusani (IV secolo a.C.) e gli Ellenici (III secolo a.C.), ma i Cartaginesi, dopo anni di battaglie e di assalti, riuscirono a riconquistare la loro città sacra. La difesero a lungo anche contro i Romani nel corso della prima guerra punica che si concluse con la vittoria del romano Lutezio Catulo.
Gli abitanti di Roma, però, ben altre mire avevano, e poco si curarono di questo gioiello. Pur mantenendovi il tempio dedicato alla Venere Ericina, piano piano abbandonarono la città che iniziò il suo primo periodo di decadenza. Lo storico Edrisi, un secolo dopo l'anno Mille, descrive "una montagna enorme, di superba cima e di alti pinnacoli, difendevole, ripida. Al sommo di essa stendesi un territorio pianeggiante da seminare, abbonda l'acqua. Havvi una fortezza che non si custodisce, né alcuno vi abita..." Per tornare a leggere il suo nome negli antichi documenti, infatti, bisogna aspettare gli Arabi che, chiamandola con il nome di Gebel al-Hamed, lasciarono testimonianza della bellezza paesaggistica del luogo e del fatto che la ritenevano particolare per le naturali doti difensive.

Ibn Gubajr, viaggiatore arabo-spagnolo, descrive nel 1185 un borgo collegato ad un castello normanno con un ponte, abitato da cristiani. Questo è il borgo ricostruito dal re normanno Ruggero II sulla vecchia Erice elima, ma non si chiama Erice, bensì Monte San Giuliano, un nome che mantenne fino al 1936.
Tornando al XII secolo, la prosperità del luogo non durò a lungo e molta parte in questo lento ma inesorabile declino ebbe la cacciata degli ebrei in conseguenza dell'editto del 31 marzo del 1492. Delle loro botteghe resta comunque traccia lungo il corso Vittorio Emanuele, botteghe che tornano a vivere all'interno delle scenografie allestite per la Settimana Santa.

da www.sikania.it 

 

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